Il capitalismo è un algoritmo

Per una Critica del Capitalismo Digitale 

Che la predizione presupponga un controllo, è il motore che stimola l’interesse nei propri confronti. L’idea di poter prevedere il tempo meteorologico non fu alimentata dall’immaginarsi i vantaggi di poter sapere in anticipo se pioverà o sarà sereno, ma da quello di poterla controllare. Nel 1947 ci fu un convegno a New York sulla meteorologia nel quale i relatori erano Von Neumann e Zworykin. Il primo parlò degli “Utilizzi futuri della computazione ad alta velocità in meteorologia”, il secondo propose una “Discussione sulla possibilità del controllo del tempo atmosferico”. Elemento che attirò l’attenzione mediatica tanto che il New York Time titolava: “Meteo su ordinazione” proseguendo poi con: “Se il Dottor Zworykin ha ragione, i plasmatori del tempo del futuro saranno gli inventori delle macchine calcolatrici” (Bridle, p. 37). In questi ragionamenti si raccoglie l’indefessa fiducia nel progresso tecnologico che si rovescerà completamente su quello umano. L’atomica che poteva minacciare la sopravvivenza umana, era ormai soltanto quell’ipotesi che faceva da deterrente al suo avverarsi. Ma se guardiamo alla storia dell’avvento dei sistemi di calcolo automatici, i successi si sono accompagnati a fermate, cadute e strade senza uscita con una tendenza verso una crescente opacità unita a una spiccata concentrazione di potere, insieme al ripiegamento di quel potere in sfere esperienziali sempre più ristrette e limitate (ivi, p. 44). Il tutto condito da vizi autoreferenziali quali lo sforzo per racchiudere i fenomeni e gli eventi in gabbie che ne permettano l’approccio computazione che riduce i problemi attuali a rompicapi matematici che depistano l’attenzione dal trovar loro una soluzione reale.

Se i social avevano il compito di rendere conto delle relazioni tra persone, diventando le piattaforme che permettevano queste connessioni, il risultato è stato invece la riplasmazione una volta per tutte di quelle connessioni. Non si tratta soltanto di una proiezione del medium nel contenuto come nella affermazione di McLuhan per la quale il medium costituiva il messaggio, ma anche di una operazione pilotata da interessi privati dei padroni delle piattaforme che rispecchia i dettami del mercato. Una volta l’indagine statistica cercava di individuare prodotti graditi dalla maggioranza delle persone escludendo così dal loro target nicchie di consumo considerevolmente importanti ma non massive. Lo strumento dei social permette invece la profilazione degli utenti in un ampio spettro comportamentale che interessa più tipologie di merci. È l’apparente libertà di scelta che si nasconde dietro le sfumature del medesimo, cosa che presuppone non soltanto la conoscenza dei gusti dell’utente ma il suo “libero” condizionamento. Dietro questa manovra, non precipua del mezzo, ma derivante dal suo uso, proviene l’attuale sviluppo del modello di produzione che coinvolge a cascata innumerevoli aspetti della vita delle persone. Non è soltanto la pubblicità mirata che sembra disturbare di meno di quella sparata a caso, ma gli effetti di condizionamento diretto e indiretto che vengono messi in atto. In definitiva la capacità del sistema di operare a quei condizionamenti in maniera subdola imponendo la sua visione del mondo in maniera capillare, approfittando del fatto che il tuo punto di vista sembra essere stato preso in considerazione. Che tu risulti un consumatore di tipo rosso al quale viene dato accesso a un genere musicale anche esso rosso, ti fa dimenticare che anche il genere rosso è un genere commerciale. Su questo agisce anche una specie di economia dell’attenzione che rimanda alla preferenza per soluzioni che si servano di meno energie cognitive sia all’atto della comprensione sia a quello della condivisione, ad usare cioè meno dispendio anche per la loro giustificazione.

Il sogno che le macchine potessero liberare gli uomini dal lavoro, si sta tramutando nell’azione del capitale che cerca di disfarsi della forza lavoro. Il capitale non è la somma di tutti i capitalisti, ma nemmeno semplicemente o soltanto un sistema o un modo di produzione, ma anche – come lo ha definito Marx – un “soggetto automatico” (Il Capitale, libro primo, sezione II, capitolo 4), qualcosa che ha una sua agenzialità. È infatti quel qualcosa che più assomiglia a una mente macchinica.

I programmi – non i banchieri – fanno calcoli e proiezioni. Ma i programmi rispondono anche a tali calcoli e proiezioni, veri e propri “banchieri operativi” immersi nel processo, piuttosto che il contrario. Qui gli uomini non stanno semplicemente a lato delle macchine per controllarle, come Marx diceva nei Grundrisse, ma sono completamente spazzati via da questo fantasma in auto-espansione sui loro monitor. (Harney, p. 117)

La cosa è facilmente intuibile per quanto riguarda l’agency della finanza, meno per quella del management. È qui che opera l’autocostrizione dell’imprenditore di se stesso. Il concetto di management lavora parallelamente a quello del debito che governa il lato finanziario, ma nel management gli algoritmi sono sia lo strumento che il fine del suo operare. Il management regola il rapporto tra il capitale fisso e quello variabile, tra la macchina e la forza lavoro sussumendo in prima istanza la forza lavoro al processo, al bisogno macchinico della produzione. In seconda istanza produce gli algoritmi che operano sui corpi dei lavoratori espropriandoli del loro saper fare per espellerli dal processo. Il concetto di management è orientato al processo, l’ottimizzazione del processo è questo asservimento dell’uomo alla macchina. La scomparsa dei corpi, la scomparsa della forza lavoro espropriata e sussunta al processo si gioca in fondo sul gioco semantico che vede la macchina, l’algoritmo, il processo e la governamentalità dello stesso, essere sinonimi, essere routine concatenate (impilate) in uno stack perverso che produce profitto. Che la macchina possa sostituire la forza lavoro dal lato fisico era già in essere nel primo processo di automazione. Ma, dal lato cognitivo, la cosa non è così evidente perché in realtà non avviene: è soltanto un operazione di occultamento che dispensa il capitale dal fornire un salario. La forza lavoro è catturata dalla metamacchina produttiva sia quando la produzione è immateriale sia quando non lo è. La rete alimenta il processo. La connessione collaborativa degli umani, nel mondo digitale alimenta adesso il loro processo di sfruttamento. Il conflitto capitale lavoro si gioca come sempre sull’accesso ai mezzi di produzione che in ambito digitale sono gli algoritmi e le piattaforme sulle quali lavorano, aprendo ad una visione dello scontro questa volta immateriale. Il general intellect non era mai stato così vicino alla sala di controllo della produzione, ma non era nello stesso tempo così tanto disarmato di quanto lo sia adesso. Il capitale per produrre gli algoritmi ha bisogno del general intellect, ma non lo mette al lavoro in cambio di un salario, estrae semplicemente quello che gli serve facendo finta di niente oppure spacciandolo per servizio.

Il dispositivo del debito funzionava nel ridimensionare le aspettative della forza lavoro nella contrattazione. Quello del management algoritmico funziona nell’accaparramento monopolistico della gestione delle istanze algoritmiche stesse, disarmando la forza lavoro non facendola apparire nel processo. Se il sabotaggio della macchina in sé era un’arma secondaria di fronte allo sciopero e alle interruzioni della catena, diventa adesso ormai l’unico piano possibile del confronto/scontro. Non si tratta della produzione di software open source che fa le stesse cose di quello proprietario, si tratta di hackeraggio. Non si tratta di astinenza dalle relazioni umane che alimentano gli algoritmi, si tratta di contaminazioni virali. Di pubblicizzazione generalizzata delle piattaforme. Avevo già ipotizzato un uso pubblico di Uber con una ottimizzazione algoritmica in funzione dello sharing del mezzo automobilistico per la mobilità sia urbana che extra urbana (Uber più BlaBlaCar). Insomma di tutte quelle piattaforme che dovrebbero far incontrare la domanda con l’offerta senza incunearsi tra queste con intenti estrattivi di profitto. Pensate la stessa cosa per Airbnb che escluda la speculazione dei multiproprietari e aperta al subaffitto parziale. Una programmazione cioè che massimizzasse il bene comune e non quello dei proprietari delle piattaforme.

La digitalizzazione della produzione non riguarda soltanto le piattaforme della rete, riguarda l’intera riorganizzazione della produzione. La linea di produzione, ivi compresa la catena di montaggio, sono sempre di più immerse in cicli di feedback tesi a ottimizzarle. Si opera per concatenazioni allargate. Si produce on demand (su domanda) e just in time riducendo il magazzino a puro ammortizzatore del processo. La logistica non sceglie soltanto la strada più breve e/o più veloce, ma modifica il percorso in base agli eventi, al traffico, al costo, al margine utile per non interrompere la catena. Può rallentare per ottimizzare i costi o accelerare per non interrompere il processo. La fabbrica diffusa ha oggetti (materiali e immateriali) in input e oggetti in output come se fosse un enorme calcolatore che elabora le informazioni. Le materie prime, gli ordini, le merci e le consegne sono trattate infatti e indifferentemente come semplice informazione. Che si producano servizi computazionali o oggetti fisici il procedimento non cambia. Al concatenamento produttivo si innestano i rapporti con la forza lavoro e con la sua riproduzione. Il Welfare è sia terreno di caccia sia prospettiva di mercato. Da esso si estrae valore riproduttivo e la domanda da soddisfare con la produzione. Fornisce sia la materia prima che lo sbocco di mercato, fornisce materiale in ingresso e assorbe materiale in uscita dalla macchina computazionale totale. La logistica è la forma digitale di controllo del metabolismo sociale. L’analisi dei dati è sia controllo che governamentalità, o meglio, è controllo asservito al governo. Il comando è ormai algoritmico, ogni azione che rallenti o contrasti la circolarità del processo, viene stigmatizzata attraverso le valutazioni algoritmiche degli addetti. Il contrasto efficiente è allora il sabotaggio. La demolizione dell’algoritmo, farlo deragliare, iniettarlo con virus.

Il Capitalismo Digitale mette così a frutto le differenze tra cose naturali e artificiali, celebra una natura inerte e quindi usabile a piacimento; celebra le differenze di genere e la separazione tra fase di produzione e quella di riproduzione. Secondo il marxismo il valore è connesso alla quantità di tempo che la forza lavoro impiega per produrlo. Ma questo non rende conto di tutte le figure – viventi e non – che fanno parte del processo. Il “tempo” si deve allora calcolare in maniera più complessa riprendendo anche il tempo della riproduzione sia del capitale che della forza lavoro stessa. Rispetto a questa problematica penso debba essere messa in risalto la redditività totale del nucleo riproduttivo (la famiglia) e fare poi un’operazione simile per quanto riguarda la natura coinvolta nel processo di produzione della quale R. Patel e J. Moore parlano di “natura a buon mercato”. Redditività totale che riguarda non soltanto il salario ma anche tutta quella serie di servizi di mantenimento, cura e riproduzione di tutti gli enti coinvolti nel processo. Umani, tramite gli strumenti del welfare, e natura tramite per esempio la salvaguardia della fertilità dei suoli e per la conservazione dell’habitat. Per questo la lotta di classe che il capitale sta facendo contro i subordinati ha preso di mira il salario inventando il lavoro non retribuito, il lavoro gioco, i lavoretti, il lavoro occultato etc.

Nel 1945, subito dopo la guerra in un paese stremato fu stabilito un blocco dei licenziamenti, allora come oggi gli industriali non ne erano affatto contenti e ottennero la possibilità di licenziare solo per alcune categorie particolari come i lavoratori “con altre risorse familiari”, ergo le donne sposate. Non sorprende quindi che la maggior parte dei quasi due milioni di disoccupati del 1947 fossero donne (qui).

Il dispositivo era quello di cui abbiamo già parlato, quello patriarcale che assegna al maschio il privilegio di beneficiare del salario, mentre tutto il resto sarebbero lavoretti o lavori fuori contesto. E cioè che, come abbiamo sempre detto, capitalismo, patriarcato e distruzione dell’ambiente siano aspetti strettamente congiunti e il punto di congiunzione sarebbe proprio quello che coincide con la contrattazione sul salario. È la scoperta dell’acqua calda, che comunque rimanda a un paio di concetti utili. Il salario è determinato verso l’alto dal bisogno che lasci un margine di plusvalore del quale si appropria il capitale e verso il basso dal fatto che permetta la riproduzione della forza lavoro, che garantisca cioè un minimo di sopravvivenza per il salariato e la sua famiglia. Si finge cioè che il lavoro domestico sia gratuito, così come che le materie prime e l’ambiente siano a disposizione. Durante la guerra una buona parte di “riproduzione” era a carico dello stato che forniva i vestiti, il cibo, e l’alloggio ai soldati, si poteva così fare lavorare nelle fabbriche le donne, pagandole meno. Finita la guerra le cose dovevano tornare al loro posto e le donne vennero licenziate. Il meccanismo si ripete in altri contesti. La donna non lavora quasi mai come l’unica a farlo nella famiglia, così come gli altri membri che non siano “il capo famiglia” (il patriarca) per cui il suo salario (quello della donna) non ha un rapporto diretto con la “riproduzione” con quel minimo indispensabile per la sussistenza. Poi, come avevo già detto, il proliferare dei “lavoretti” (gig economy) o l’arrotondare dello stipendio con l’affitto di una stanza su Airbnb, fanno sì che la determinazione di un salario minimo diventa difficile, aprendo la strada a un generale ribasso dei salari e all’aumento del lavoro precario. Il capitalismo si nutre infatti delle differenze: il lavoro delle donne non è il lavoro del “capo di famiglia” per cui, per esempio, il salario delle donne non ha margini di ribasso non contrattabili, per questo i soggetti subordinati, quei soggetti che autonomamente esprimono il proprio antagonismo, sono quella pletora di individui differenziati che alimentano il capitalismo, di nuovo donne, gay, colonizzati, animali e ogni ente vittima dello specismo, del capitalismo antropomorfo e cioè maschio, bianco ed eterosessuale.

Senza figure di “secondo piano” il capitalismo non avrebbe cioè quei margini di plusvalore che permettono la sua esistenza. Lo stesso senza natura a buon mercato che poi è essa stessa una figura dominata.

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James Bridle. Nuova era oscura, Nero, Roma 2019.

Stefano Harney, Istituzioni algoritmiche e capitalismo logistico, in Matteo Pasquinelli a cura di, Gli algoritmi del capitale. Accelerazionismo, macchine della conoscenza e autonomia del comune, ombre corte, Verona 2014

Ci sono Storie che si evolvono o involvono a una velocità tale che nessun libro riuscirà a fotografare, a darne cioè una versione che possa essere attuale. C’è per esempio la pandemia virale da Covid 19, con i suoi risvolti sociali, politici e antropologici che Zizek cerca di interpretare con uno strumento insolito: l’ebook in “divenire”. Il capitalismo digitale – quello che ha a che fare con universo contemporaneo dove tecnoscienza, Intelligenza Artificiale (AI) e amministrazione governamentale della vita si intrecciano – ha una velocità di trasformazione non così alta ma certamente più alta dei tempi editoriali di un libro cartaceo. Cogliamo così l’occasione di pubblicare anche noi un ebook in divenire che riprende gli articoli che sull’argomento sono stati pubblicati e che continueranno a essere pubblicati su “La città Invisibile” e in particolare la serie a puntate di “Per una Critica del Capitalismo Digitale”. Il libro non è terminato, anche per questo è in divenire, perché non è possibile mettere la parola fine a narrazioni che sono in corso. Verrà perciò aggiornato costantemente permettendogli così di essere in qualche modo dentro l’attualità. Ogni articolo ha una sua indipendenza e lo si potrà leggere anche senza aver letto il resto, così come ha anche una sua coerenza d’insieme, tale da poterlo leggere dalla prima all’ultima parte senza percepire nessuna frammentazione. Almeno questo è l’intento. 

Per una Critica del Capitalismo Digitale – Parte XXXVII

Qui la I parte, Qui la II, Qui la III, Qui la IV, Qui la V, Qui la VI, Qui la VIIQui la VIIIQui la IXQui la XQui la XIQui la XIIQui la XIIIQui la XIVQui la XVIntermezzoQui la XVIQui la XVII Qui la XVIIIQui la XIXQui la XXQui la XXIQui la XXII, Qui la parte XXIIIQui la XXIVQui la XXV , Qui la XXVIQui la XXVIIQui la XXVIIIQui la parte XXIX Qui la parte XXXQui la parte XXXI,  Qui la parte XXXIIQui la parte XXXIII,  Qui la parte XXXIV , Qui la parte XXXV, Qui la parte XXXVI

Gilberto Pierazzuoli

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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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