Macchina Capitale. Le rivoluzioni che il capitale ha già vinto

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*Per un’ecologia anticapitalista del digitale – parte #15

Secondo Margherita Pascucci, a partire dal VII secolo a.C. si è innestato nella storia umana uno dei meccanismi che la alimentano e che caratterizzano lo sviluppo occidentale della stessa. Con l’invenzione del denaro e la pressoché contemporanea insorgenza dei monoteismi, si sono creati i presupposti per la nascita di una società all’interno della quale poteva emergere un soggetto di azione capace di accaparrarsi quel plus che nasce dalla cooperazione tra più attori. Di quel  “più di due” che risulta dalla somma di uno più uno, quando questa somma non è soltanto un’espressione formale ma rimanda a forme di collaborazione che caratterizzano la relazione intra e inter specifica. Formula che piaceva a Marx e che sta alla base di quel sistema della complessità che Bogdanov chiamava tectologia. Non sto qui a spiegare i modi e i passaggi della costituzione di quel soggetto per i quali rimando al testo di Pascucci e in secondo ordine a quello della recensione linkata sopra, semplicemente mi approprio del concetto per farci un ulteriore ragionamento sopra. In un certo senso il soggetto di cui parla Pascucci è quello che impedisce che questi plus si ripartiscano tra gli attori. È un soggetto che detta le regole collaborative e mette in piedi gli strumenti attraverso i quali potersi appropriare di quel plus. Pascucci chiama quel soggetto Macchina Capitale. Ma non si tratta del rapporto tra il capitale e le macchine – intese come mezzi della produzione delle quali il capitale gestisce il monopolio – si tratta del modo di essere stesso del capitale. Il Capitale è una macchina astratta che usa altre macchine, alcune anch’esse astratte, altre materiali e concrete, cercando inoltre di averne il monopolio.

Con una attenzione. Il capitale è pluricefalo e avendo una visione orientata e centrata soltanto sul profitto, su quel plus di cui parlavo sopra, è incapace di guardare altrove.  Non riesce perciò a perseguire un bene comune, un interesse che vada al di là degli interessi dei singoli capitali (delle singole implementazioni della macchina capitalista tutta). Il capitalismo è competitivo e tutte le sue implementazioni possono perciò essere in guerra le une con le altre. È in questo modo che la sua cecità prospettica provochi quell’inazione nei confronti di problematiche globali come quella del cambiamento climatico. Anzi, ogni struttura di tipo capitalistico è pronta ad approfittare di ogni tipo di situazione e di sconvolgimento che possano alimentare il processo di accumulo. Il capitalismo come sistema si nutre di differenziali e quindi anche di quelli provocati dal cambiamento climatico che viene così di fatto alimentato dal sistema non soltanto perché è un sistema energivoro basato su fonti fossili, ma proprio perché è cieco e sordo ad ogni tipo di input che non provochi profitto come output.

Mi piace la metafora della macchina che dà un’idea e dà corpo all’agire dei dispositivi. Una macchina che gira e macina indefessa e indistraibile verso l’obiettivo che le abbiamo (le hanno) dato. Una macchina che articola più meccanismi, che può ripartire i compiti. Una macchina che oggi è capace di autoconfigurarsi per razionalizzare ed economizzare la sua azione, sempre in vista del compito dato. È questo il senso delle macchine intelligenti ed è lo stesso senso che spiega perché spesso parliamo del capitale come fosse un soggetto senziente che fa delle scelte, reagisce a degli stimoli, provoca delle situazioni, si smarca, attacca, si camuffa e altro ancora. È una macchina da guerra, una macchina costruita per fare la lotta di classe. Una macchina rivoluzionaria che, proprio per la sua caparbietà e per la plasticità delle sue possibili configurazioni, è stata, sino adesso, una macchina vincente. Un’idea che richiama il Marx dei Grundrisse che parla del capitale come una “rivoluzione permanente”. La macchina capitale “[ha] integrato regimi del lavoro molteplici, parcellizzando la classe operaia e – allo stesso tempo – massimizzando i profitti”. È una macchina che fa le rivoluzioni: “La logistic revolution andrebbe così intesa come una ‘contro-rivoluzione’ messa in campo per smantellare il potere operaio nella grande fabbrica fordista […]. Pertanto la ’(contro)rivoluzione logistica’ non è una semplice innovazione tecnica ma una risposta politica all’insubordinazione di classe dell’operaietà fordista e ai processi di decolonizzazione, che anticipa e costruisce materialmente l’epoca neoliberale” (Into the Black Box 2018, p. 137).

In questo le piattaforme digitali come espressione delle forze sociali che le hanno create/programmate, una commistione di hardware e software, di astratto e concreto, hanno la capacità di diffondersi in mezzo alla gente “catturando forme di cooperazione pre-esistenti che sussumono e potenziano capitaliscamente” (Into the Black 2021, p. 24), appropriandosi cioè di quel plus che la collaborazione ha prodotto. Riuscendo nello stesso tempo a co-evolvere, “innovandosi grazie ai costanti comportamenti di sottrazione, resistenza, rifiuto, ma anche uso ‘altro’ della forza lavoro delle piattaforme stesse” (idem, p. 25). La macchina capitale non è soltanto la macchina della produzione delle merci. È anche la macchina riproduttiva di sé stessa; dei processi di accumulo, ma anche della riproduzione della forza lavoro. È una macchina algoritmica, intelligente, capace cioè di riprodurre al suo interno e di elaborare i posizionamenti sociali, in un interscambio continuo tra lavoro vivo e lavoro morto; che cattura i saperi e gli umori e li riversa nei processi produttivi, creando nello stesso tempo merci e ragioni per consumarle. Una macchina differenziale che si alimenta di queste differenze. È una macchina dentro gli stessi conflitti, una macchina pervasiva che scandaglia continuamente il mondo innescando processi per convogliare le forze percepite, le pulsioni, le passioni in una direzione a lei utile. Non è una macchina livellatrice, è una macchina differenziale che crea e si nutre dei differenziali. Quando dico si nutre, intendo che la macchina di scopo capitalista è unicamente centrata e survisionata per estrazione del valore ed in questo è una macchina per la guerra di classe. Ed è una macchina dalla struttura gerarchica complessa e stratificata sulla quale si innestano sub routine a castello, impilate le une sulle altre, ognuna che però persegue uno scopo funzionale  a un disegno gerarchicamente superiore. Per questo non è una macchina che si può costruire una volta per tutte, è una macchina in divenire in senso stretto non soltanto perché deve essere aggiornata continuamente ma proprio perché è capace di auto-aggiornarsi continuamente. Sono le macchine del deep learning che non servono soltanto per giocare a scacchi o a Go, ma costituiscono quelle proliferazioni macchiniche che danno adito a quel soggetto plurale che si chiama capitale.

La macchina capitale è pertanto anche una macchina rivoluzionaria che sa evolversi opponendo piani di scontro sempre diversi alla lotta stessa. Per questo si parla di prima rivoluzione industriale e di quelle successive sino all’attuale rivoluzione 4.0. Non è una macchina che si adatta al progresso della scienza ma che orienta il progresso per continuare a vincere. E l’esempio che facevo sopra a proposito della rivoluzione logistica è esemplare. Le delocalizzazioni, sono possibili e sono appetibili, perché la macchina capitale ha lavorato in questa direzione. Spostare una produzione lasciando a casa la manodopera, la forza lavoro si può fare se riusciamo a spezzettare il processo produttivo in tante sotto mansioni che possono essere svolte anche da una forza lavoro senza particolari competenze. Questo significa che il saper fare operaio è stato sussunto dalla macchina come peraltro nelle fasi produttive precedenti, come nel fordismo, ma con la differenza che la macchina attuale – quella algoritmica o a direzione algoritmica – non deve essere eterodiretta; essa si nutre in modo indipendente dalle conoscenze operaie, tanto che le può poi usare in contesti diversi. La stretta logistica, la sua efficientazione esasperata, lima i tempi, i passaggi diminuendo le distanze.

La capacità immanente della macchina capitale, attraverso le politiche coloniali prima e neocoloniali dopo, di tenere alto il coefficiente di produzione della diseguaglianza che non a caso è molto più alto per il sud del mondo a testimoniare non soltanto i differenziali interni ma la possibilità di imporre altrove basse retribuzioni. Si può delocalizzare in paesi con il costo della manodopera più basso perché questi paesi sono stati creati e vengono tenuti in questa condizione dalle politiche neocoloniali della macchina capitalista. Come si può vedere dalla mappa globale, l’indice è alto anche per i paesi più grandi anche se appartenenti all’area “occidentale”, ad esempio gli Stati Uniti, questo perché, per motivi intrinsechi alla modellazione, i valori riscontrati nelle misurazioni non sono paragonabili direttamente con quelli dei paesi più piccoli, ma anche perché il differenziale è presente anche all’interno del paese stesso. Gli Stati Uniti sono infatti il paese delle minoranze che devono rimanere tali per far funzionare il sistema. Il paese dove la globalizzazione e la rivoluzione logistica hanno provocato una deindustrializzazione interna per la quale anche le classi operaie bianche si sono trovate a dover competere con le minoranze sfruttate interne, tutti fattori che hanno portato a fenomeni come l’Alt-Right e l’elezione di Trump. Fenomeni che si alimentano all’interno di piattaforme digitali di tipo social come i gruppi di discussione (4chan8chanReddit) e Twitter.

Tutto questo perché le cosiddette rivoluzioni industriali non sono state e non sono semplici emersioni deflagranti di nuovi modi di produzione debitrici delle innovazioni tecnologiche, ma piuttosto il contrario: sono rivoluzioni del capitale che hanno spinto la ricerca tecnica in una direzione tale da poterle semplicemente supportare. “Esse meritano così il nome di rivoluzioni del capitale perché non segnalano solo una modificazione, per quanto radicale, dell’organizzazione produttiva, ma della riconfigurazione del rapporto complessivo di capitale” (Into the Black Box 2021, p. 100). Una specie cioè di tecnologia sociale; un’arma per la lotta di classe che il capitale è capace di rinnovare continuamente.

La prima rivoluzione industriale non coincide con l’implementazione della macchina a vapore e del telaio meccanico nella produzione del cotone, ma di molte altre operazioni non tecnologiche senza le quali essa non sarebbe stata possibile. È il frutto di “innovazioni sociali” e di trasformazioni dei rapporti di lavoro sia in Europa (l’Inghilterra come luogo precipuo della sua epifania) sia in altre parti del mondo. C’è una prima rivoluzione di tipo agrario: l’abbandono della tecnica delle rotazioni colturali legate alla pratica del maggese che viene sostituito con la semina alternata di una leguminosa (erba medica adatta all’alimentazione del bestiame in stallaggio) che porta alla sottrazione delle terre di pascolo comuni (principalmente i campi a maggese) catastrofica per i piccoli proprietari e con la conseguente pratica delle enclosures. Situazione che ha ulteriori conseguenze tra cui la creazione di un esercito di manodopera di riserva costituito dai contadini espulsi dalle campagne e inurbati, pronti per diventare la forza lavoro salariata dell’industria nascente. Ma non basta, occorreva anche una materia prima a basso costo, quel cotone che veniva coltivato nelle colonie con l’uso di manodopera, gli schiavi e non autoctona. Quel modello “piantagione” dove gli addetti alla produzione sono estranei al territorio, alla coltivazione e al prodotto, modello questo che la fabbrica in parte riproduce anche se non nell’immediato ma durante la seconda rivoluzione industriale. In questa prima configurazione produttiva il saper fare è ancora di dominio della manodopera utilizzata. La macchina è soltanto un moltiplicatore e un decuplicato della forza e dei gesti occorrenti per la manifattura.

La seconda rivoluzione industriale è caratterizzata dalla produzione di massa di beni standardizzati di consumo di massa grazie all’utilizzo dell’energia elettrica. Si passa cioè non soltanto a una produzione che eccede quella occorrente per i bisogni stretti dell’insieme degli addetti – alla generazione di stock – ma anche a una forma di produzione che allarga l’offerta, che trascende la semplice riproduzione della forza lavoro la quale diviene così, nello stesso tempo, anche un referente per il consumo di oggetti diciamo superflui. La macchina produttiva si prende l’operaio, lo ingloba nei suoi ingranaggi come Charlot in “Tempi moderni”; trasforma il lavoro vivo in lavoro morto usando un lessico marxiano. Sussume il general intellect all’interno del processo di produzione ma non facendolo totalmente suo. Rimane un sapere sociale e collettivo che soltanto nell’ultima fase sarà totalmente espropriato. Questo avviene nella terza e quarta rivoluzione quando l’elettronica prima e il comando algoritmico dopo, completano l’opera. Durante la seconda rivoluzione e per la prima fase della terza c’è la centralità spaziale della fabbrica e la lotta di classe si svolge tra due soggetti precisi. Non si tratta semplicemente della borghesia e del proletariato, ma della borghesia padronale che confligge con la classe operaia; una classe operaia che riesce a prendere una coscienza complessiva che ci restituisce quell’operaio sociale capace di confliggere anche su delle questioni non meramente produttive. C’è la presa di coscienza del ruolo delle donne e della riproduzione sociale. Questa è l’unica fase della lotta di classe contro il capitale nella quale i rapporti di forza hanno avuto una pregnanza tale che si potrebbe parlare di una mossa rivoluzionaria anti capitalista non episodica e di peso specifico non indifferente. Ma il compimento della terza rivoluzione e l’apertura alla quarta riaffermano il dominio della macchina capitale.

La finanziarizzazione, la rendita, la monetizzazione del sociale e dei beni comuni invertono la direzione e l’efficacia del vettore “rivoluzionario”. Non è più l’operaio che riesce ad affrontare il capitale anche sul piano sociale, è il capitale che riesce a mettere a profitto il sociale stesso. Il welfare, da conquista delle lotte operaie, diviene terreno dell’accumulazione di valore da parte del capitale.

Della quarta ne abbiamo parlato ampiamente. Si tratta di una rivoluzione logistica e digitale, o meglio, si tratta dell’incontro tra questi due aspetti. Quello da rimarcare dal punto di vista dei conflitti di classe è la vulnerabilità di certe scelte che la macchina capitale sta mettendo in atto. La logistica computerizzata tende a eliminare ogni tipo di rallentamento e ogni collo di bottiglia per ottimizzare gli scambi e lo fa come non mai nessuno aveva mai fatto prima. Sottrae cioè ogni spazio di gioco, se per gioco chiamiamo quello che c’è tra il dado e il bullone, quella tolleranza che fa sì che il bullone non si ingrippi con il dado, ma neppure che la loro unione non abbia tenuta. Quel spielraum (spazio di gioco) che permetteva ai fattorini del delivery di andare al gabinetto e di non portarsi dietro una bottiglia di plastica per non fare irritare l’algoritmo, che sceglie il percorso e i tempi migliori per riuscire a fare più consegne possibili, come nel film di Ken Loach. Quello spazio di gioco che garantisce elasticità e tolleranza al sistema. Scelte queste che però ne aumentano la criticità. Un altro aspetto critico consiste nel fatto che tutta la strategia rivoluzionaria della macchina capitale rimandi al bisogno di forme di elaborazione e comando di tipo centralizzato. La democrazia della rete, la comunicazione da nodo a nodo, la moltiplicazione dei nodi stessi, sono ormai merce avariata o, data l’immaterialità del contesto, resa prematuramente obsoleta. E la centralizzazione è anche essa una scelta che amplia le criticità del sistema. La computazione sul cloud e non in locale, si concentra in un unico posto, questa volta per niente immateriale (gli enormi e energivori data center) prestando il fianco ad attacchi hacker ma anche a sabotaggi materiali che avranno così effetti dimensionati alla centralizzazione della produzione algoritmica del reale, aprendo all’immaginario lo spazio di azione per una controrivoluzione divenuta possibile.

Anche la quinta fa già capolino nel gioco perverso della smaterializzazione e della virtualizzazione della produzione e della vita, tra metaverso, domotica e finanziarizzazione selvaggia sganciata da ogni forma di produzione reale. E mentre sul piano politico la macchina capitale partorisce nuove destre, mentre pandemie e crisi climatiche e ambientali annunciano le nuove apocalissi, a noi non resta altro che riposizionarci di fronte a questa pericolosa ennesima rivoluzione che il capitale riesce a mettere a segno. Non ci resta che lavorare sulle criticità sabotando ovunque il sistema ed elaborare forme di destituzione del potere attraverso sperimentazioni sociali incentrate sul comune e sulle potenzialità che la collaborazione intraspecie e interspecie ci offre, per riuscire ad accaparrarsi di quel plus che sin qui è stato monopolio della Macchina Capitale, tanto da averne segnato il carattere e lo scopo per mettere in piedi forme di pianificazione in divenire, auto correggenti e auto propositive che la tecnologia digitale oggi permette. Da una parte un mondo normalizzante, dall’altra Cyborg rivoluzionari, punk e irriverenti, queer non soltanto per genere ma per vocazione totale.

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Into the Black Box, Manifesto di critica logistica, “Zapruder, Block the Box logistica, flussi”, conflitti, 46, 2018
Into the Black Box, a cura di, Capitalismo 4.0. Genealogia della rivoluzione digitale. Meltemi, Milano 2021

Qui la prima parte, Qui la seconda. Primo intermezzo, Secondo intermezzo, Qui la terza, Qui la quarta, Qui la quinta, Qui la sestaQui la 7.1Qui la 7.2Qui la 8.1 Qui la 8.2, Qui la 9Qui la 10.1Qui la 10.2Qui la 10.3, Qui la 11, Qui la 12Qui la 13.1Qui la 13.2, Qui la 13.3, Qui la 13.4 , Qui la 13.5, Qui la 14

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Gilberto Pierazzuoli

Attivista negli anni 70 . Trasforma l'hobby dell'enogastronomia in una professione aprendo forse il primo wine-bar d'Italia che poi si evolve in ristorante. Smette nel 2012, attualmente insegnante precario di lettere e storia in un istituto tecnico. Attivista di perUnaltracittà.

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